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TUTELA DEL CLIMA
Un anno di crisi
 
Una riflessione fine anno di Uwe Wienke

AP
La Banca Centrale Europea a Francoforte sul Meno

(27-12-2011) La parola più usata nei media quest’anno è stata forse “crisi”. Si è parlato di “crisi economica”, di “crisi finanziaria”, di “crisi dei debiti”, di “crisi dell’Euro”, di “crisi dell’Europa” e il papa ha ultimamente parlato di “crisi etica”.  Ma allora, se ho ben capito, non si tratta di una sola crisi, ma di molte e diverse tra loro. Visto tuttavia che i politici e i media non sanno spiegare meglio di quale crisi si tratta, semplifico le cose e scrivo CRISI -  in lettere maiuscole; ognuno è libero di aggiungere a questa parola l’attributo che ritiene più giusto.

 

Se ricordo bene, tutta la CRISI sembra essere nata in Grecia (così come la stessa cultura europea). E si trattava – e si tratta ancora – di una crisi finanziaria. C’era il rischio che lo Stato greco non sarebbe stato più in grado di pagare i suoi debitori. Ma chi sono i debitori di uno Stato e come uno Stato riesca a contrarre dei debiti? Queste cose non vengono quasi mai spiegate in tutta chiarezza alla gente che legge giornali o che guarda la TV. La gente sente solo che questo o quell’altro Stato ha dei debiti e che pertanto che c’è la CRISI. Ed solo questo che la gente capisce: ognuno ha dei debiti e quando deve ripagarli si sente in crisi. Ma non si tratta di questo.

 

La CRISI di cui si parla oggi riguarda i debiti pubblici. Ma chi sono i creditori che vogliono riavere i soldi che hanno prestato allo Stato? Per saperlo, bisogna conoscere il sistema finanziario statale. Ogni Stato ha delle entrate regolari – imposte, tasse, dazi, ecc. – da cui paga i dipendenti e acquista beni e servizi. L’ammontare di queste entrate dipende in maggior parte dall’andamento dell’economia. In tempi di buona congiuntura, le entrate sono maggiori, in tempi di recessione le entrate sono ovviamente minori.

 

Se le entrate non sono sufficienti a pagare tutti i progetti (investimenti) statali, lo Stato emette i cosiddetti titoli di Stato o titoli di credito, per esempio i famosi buoni del tesoro. Con la vendita di questi titoli incassa dei soldi e contrae dei debiti. I creditori sono coloro che comprano i titoli di Stato, e, nella maggior parte dei casi si tratta di risparmiatori privati, banche e assicurazioni che comprano questi titoli perché li ritengono sicuri, anzi, più sicuri di altri titoli come per esempio le azioni di una società. La gente pensa che una società privata può sempre fare fallimento, ma uno Stato no, ed è di questa fiducia che lo Stato approfitta quando emette titoli di credito. 

 

Con l’emissione dei titoli di credito, lo Stato si obbliga a pagare annualmente ai portatori (possessori) di questi titoli un determinato tasso d’interesse e di ricomprare i titoli al momento della scadenza al loro valore nominale. Come detto, i titoli hanno una scadenza, per esempio dopo cinque o dieci anni. Se al momento della scadenza, lo Stato non ha i mezzi finanziari per ricomprare i titoli emessi, non fa subito fallimento, ma contrae altri debiti per ripagare i vecchi, tramite, per esempio, l’emissione di nuovi titoli di credito, titoli più redditizi per i compratori, perché hanno di norma un tasso d’interesse maggiore. Ultimamente, lo Stato italiano ha dovuto promettere un tasso di quasi sette per cento, per vendere nuovi titoli, mentre pochi anni fa il tasso era intorno il tre per cento.

 

Uno Stato, però, non può certo permettersi di fare questo gioco all’infinito, perché alla fine i soldi incassati servono solo per pagare i vecchi debiti e non al finanziamento di nuovi progetti. La situazione diventa precaria quando lo Stato, con i soldi ricavati dalla vendita di titoli di credito, deve pagare le spese regolari – come gli stipendi dei impiegati, la manutenzione delle infrastrutture, ecc. ecc. – che di solito bisogna pagare dalle entrate regolari. In quel momento di insolvenza lo Stato non può più soddisfare i suoi creditori e quindi può veramente fallire. In questo caso anche il creditore ci perde, perché spesso ha investito i suoi risparmi in titoli di Stato – ritenuti sicuri – e che ora sono diventati carta straccia. Ed proprio quello che stava per accadere l’estate scorsa in Grecia se gli altri Stati europei e la Banca Centrale Europea non fossero intervenuti.

 

Il caso della Grecia ha richiamato poi l’attenzione anche su altri Stati con un alto debito pubblico, tra cui il Portogallo, l’Irlanda, l’Italia, la Grecia e la Spagna, paesi che i media hanno poi chiamato con disprezzo PIIGS, che sono poi le iniziali dei paesi coinvolti. Per molti anni questi Stati hanno accumulato un alto debito pubblico. Il debito pubblico di uno Stato è spesso messo in relazione al PIL (Prodotto Interno Lordo) un indicatore che esprime il valore complessivo dei beni e dei servizi prodotti all'interno di uno Stato nel corso di un anno. Il PIL è quindi la misura della capacità economica di un paese. E il debito pubblico è commisurato in rapporto al PIL.

 

Il debito pubblico attuale dell’Italia supera il PIL (+116 per cento), ma non solo da ieri; nel 1995 è stato persino superiore rispetto a quello di oggi ma nessuno ha avuto nulla da obiettare, nemmeno i nostri detrattori europei . E’ pertanto poco comprensibile che  molti considerino “scandaloso” solo oggi l’attuale debito pubblico italiano. Tuttavia, bisogna riconoscere che c’è una certa differenza tra gli anni novanta e oggi. Allora la congiuntura era buona e quindi le entrate regolari dello Stato avevano la tendenza ad aumentare; inoltre, quando la gente guadagna bene risparmia anche di più e tende ad investire i propri risparmi in titoli di Stato. L’errore è solo quello di credere che l’economia continui sempre ad andare avanti a gonfie vele benché, in effetti, così non è. Quando l’economia rallenta, rallentano di conseguenza anche la crescita del PIL e il tasso di risparmio e perciò si incrementa la tendenza dello Stato a finanziarsi con nuovi crediti.

 

Ma chi definisce quanti debiti uno Stato possa avere? Sembra che non vi siano delle leggi che definiscano un limite superiore. Un record lo ha stabilito in questi giorni il Giappone: il governo giapponese ha presentato il piano finanziario per il 2012 che porta il debito pubblico a quasi il doppio del proprio PIL. L’ammortamento dei debiti costituirà, nell’anno fiscale 2012/1213, quasi un quarto delle uscite dello Stato.

 

Quando un privato chiede un credito alla sua banca, è quest’ultima che ne definisce il limite. Prima di concedere un credito le banche chiedono valide garanzie che possono essere immobili (rivendibili) o anche altri oggetti di valore (anche questi rivendibili senza problemi). Un importante criterio di valutazione è anche la capacità di reddito di chi chiede un credito. Questo reddito deve essere tale da poter ripagare le rate mensili degli interessi e dell’ammortamento del credito medesimo.

 

In altre parole, prima di concedere un credito a un privato o a un’azienda, le banche esaminano la cosiddetta “solvibilità” del potenziale debitore. Per la valutazione di questa solvibilità non esistono regole fisse. Ogni creditore è libero nella scelta dei criteri di valutazione. Nel caso delle aziende, la solvibilità non è così facile da valutare come invece nel caso di un privato. Pertanto, per questo lavoro, le banche si avvalgono della perizia di istituti specializzati: le cosiddette “agenzie di rating” delle quali in questi giorni, nel bene e nel male, si sente così tanto parlare. Queste agenzie non lavorano in base a un solo metodo standardizzato, infatti, per misurare e valutare la solvibilità adoperano diversi metodi che, molte volte, sembrano arbitrari.

 

Queste agenzie sono istituti privati (solitamente società per azioni) che svolgono la loro attività per meri scopi di lucro. Di solito agiscono dietro richiesta di terzi. Nel 1975, la United States Securities and Exchange Commission, la Commissione di sorveglianza delle borse, decise di autorizzare, non si sa in base a quali criteri, solo tre agenzie di rating: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch Ratings. E sono proprio le stesse di cui oggi si sente spesso nominare quando si parla della “solvibilità” di interi Stati. Queste agenzie esprimono la solvibilità tramite un codice, per esempio AAA (inglese triple A) indica la migliore solvibilità, C o persino D la solvibilità peggiore.

 

Sembra che crolli mezzo mondo – o almeno crollano le borse - quando ai nostri giorni una delle agenzie di rating decide di declassare o (sembra con mirata intenzione psicologica) minaccia di farlo, di un punto la solvibilità di un paese o di una banca, per esempio togliendo una A ad un paese finora valutato AAA. Considerando il fatto che le agenzie di rating sono istituti privati che perseguono quindi unicamente obiettivi economici e che di solito agiscono solo dietro specifica richiesta di un creditore, il giudizio di una agenzia di rating non può mai essere considerato neutrale. C’è piuttosto da sospettare che queste agenzie, con la valutazione della solvibilità di un intero paese,  perseguano fini politici o agiscano a favore dei loro stessi azionisti. Tanto è vero che, nelle ultime settimane, il declassamento di un paese da parte di un’agenzia di rating sembra non aver avuto più molto effetto sui mercati perché gli investitori di capitali hanno forse capito e non si lasciano più “innervosire” da queste valutazioni.

 

Così diceva l’antico filosofo greco Epitteto (50-120 d.C.) “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti”. E questo vale ancora oggi, soprattutto in ambito economico. Non contano i fatti, bensì le opinioni sui fatti e, soprattutto, le congetture e le ipotesi a proposito di fatti che non sono ancora diventati realtà. A questo punto mi viene in mente un'altra frase, quella che dice l’abate Blanio a Fabrizio del Dongo nel romanzo “La certosa di Parma” di Stendhal: “Ogni previsione è un intervento nell’ordine delle cose e minaccia di cambiare il loro percorso, e poi tutta la scienza crolla come un castello di carta”.

 

Sembra che per far crollare un titolo in borsa o la moneta di un paese o per declassare uno stato intero, non si ha bisogno di fatti reali, basta solo far circolare ad arte delle voci o individuare un obiettivo mancato. Se il fatturato o l’utile di un’azienda non raggiunge l’obiettivo che l’azienda si era prefissato molto tempo prima, si può essere certi che le sue azioni subiranno un crollo, anche se l’azienda non ha subito nessuna perdita e non ha sul suo bilancio cifre in rosso.

 

Negli ultimi mesi, dopo il declassamento della solvibilità di alcuni paesi europei, si è cominciato a parlare di una probabile abolizione dell’Euro e della possibilità di un ritorno alle monete nazionali. Di questo non ne hanno parlato solo certi politici, ma anche i cosiddetti e immancabili “esperti”, come ha recentemente fatto il capo-economista della Deutsche Bank Thomas Mayer. Non avevo mai sentito prima i ragionamenti di persone così imbecilli tanto da disprezzare la proprio moneta, mentre il loro compito sarebbe quello di convincere gli altri della validità della stessa. A questi signori bisognerebbe ricordare che l’Euro è la moneta di 17 Stati dell’Unione Europea, che insieme contano 330 milioni di abitanti, più dei 300 milioni statunitensi con il loro dollaro. Nei suoi dieci anni di vita, l’Euro è diventato in alcuni paesi del mondo una moneta alternativa così come lo è il dollaro statunitense per altri paesi, anzi, in alcuni casi è stato persino soppiantato dall’Euro stesso.

 

Questo giudizio negativo verso la moneta europea ha generato non solo la parola “Crisi dell’Euro”, ma ha anche chiamato in campo i cosiddetti “salvatori dell’Euro” – meglio noti come Merkel, Sarkozy e compagnia bella– che vogliono instaurare a loro piacimento nuove regole contro l’eccessivo indebitamento degli Stati dell’unione monetaria. Le proposte di salvataggio hanno subito scatenato la decisa opposizione della Gran Bretagna che, mantenendo ancora la sua sterlina, non fa nemmeno parte dei paesi dell’Euro. La reazione della Gran Bretagna non ha sorpreso, almeno non coloro che conoscono la storia europea: gli inglesi, per tradizione, non amano particolarmente né i tedeschi, né i francesi e non accettano che queste due nazioni si arroghino il diritto di dettare le regole alle quali gli europei dovranno, volenti o nolenti, sottomettersi. La reazione degli inglesi sarebbe stata forse diversa se la proposta fosse partita da uno Stato più piccolo dell’Unione.

 

Queste inopportune chiacchiere sull’Euro hanno messo un'altra volta in rilievo la debolezza strutturale dell’Unione Europea. E, secondo la mia opinione, la CRISI è in primo luogo una crisi politica dell’Unione Europea. L’Unione Europea non è uno Stato o una Federazione di Stati come gli USA o la pur piccola Svizzera, quindi, in molti angoli del mondo, la gente non sa bene come classificare questo organismo. Anzi, persino all’interno dell’Unione stessa valgono regole spesso incomprensibili per gli europei stessi.

 

All’Unione Europea appartengono in questo momento 27 Stati, di cui solo 17 fanno parte della zona Euro. Le decisioni dell’Unione devono essere prese all’unanimità, ogni Stato membro può porre il suo veto. L’Unione Europea ha un Parlamento, ma non è un parlamento con due camere (una camera dei rappresentanti e una camera degli Stati) come dovrebbe averlo una vera federazione di stati e questo parlamento è l’unico organismo soprannazionale che i cittadini europei possono eleggere.  

 

L’Unione Europea ha 27 Commissari (perché a ogni Stato ne spetta uno), una sorta di ministri, anche se molti dicasteri sono inutili ed esistono perché ognuno dei 27 paesi abbia un suo commissario. L’Unione Europea ha un’unica moneta, L’Euro, ma conosce 27 diverse politiche finanziarie. Un paese federale costituito da diverse regioni autonome (Stati) come la Germania, forma una comunità solidale, e questo vuol dire che le regioni economicamente più deboli possono contare sulla solidarietà delle regioni più ricche, ossia della federazione. Nell’Unione Europea manca questo sistema di solidarietà, perché nessun paese è disposto a cedere un po’ della sua sovranità finanziaria ed economica  all’Unione. Ed è per questa ragione, non da poco, che non si riesce a trovare facilmente una soluzione per rimediare all’indebitamento pubblico di alcuni paesi dell’Unione Europea.

 

Molti temono oggi gravi ripercussioni dell’indebitamento di un piccolo paese come la Grecia sulla stabilità dell’Euro e dell’unità dell’Unione Europea. Gli abitanti della Grecia (poco più di 10 milioni) costituiscono il 2,14 per cento dei 500 milioni abitanti dell’Unione Europea. Il PIL greco ammonta a 1,25 per cento del PIL dell’Unione. E questo paese dovrebbe mettere in crisi l’Unione Europea e la sua moneta? Alcuni Stati degli Stati Uniti, tra cui la California, hanno accumulato un debito statale così alto che qualche mese fa i democratici e i repubblicani – dovevano mettersi d’accordo su un rialzo del limite superiore dell’indebitamento della Federazione, e nonostante questo a nessuno è venuto in mente di parlare di un probabile disfacimento degli USA o di un rovinoso crollo del dollaro. Se si dovessero applicare gli stessi criteri che si vuole applicare alle economie europee anche a quella statunitense, gli Stati Uniti avrebbero già dichiarato fallimento.

 

In Europa si discute invece il possibile ritorno alle monete nazionali, di una possibile spaccatura dell’Europa e della necessità di salvare l’Euro e l’Unione Europea. Secondo la cancelliera Merkel l’imperativo è “risparmiare a tutti i costi, sopratutto i paesi mediterranei, i cosiddetti PIIGS, dovrebbero sacrificarsi e risparmiare fino all’osso”. Il secondo consiglio è “rilanciare l’economia”. Non mi sembra molto coerente. Come si può risparmiare e contemporaneamente investire senza contrarre nuovi debiti? Risparmiare a tutti i costi porta a una strozzatura dell’economia e quindi a un ribasso del PIL e a un vistoso decremento delle entrate dello Stato.

 

Il secondo obiettivo è il rilancio dell’economia. Ma qualcuno può spiegarmi come si fa a rilanciare l’economia in breve tempo risparmiando in ogni settore, cioè senza investimenti? Vorrei qui ricordare L’economista britannico John Maynard Keynes (1883-1946) che predicava l’investimento anticiclico da parte dello Stato. Ciò significa che lo Stato deve controbilanciare i minori investimenti privati con maggiori investimenti pubblici per conservare i posti di lavoro e per garantire un guadagno alla popolazione. La regola di Keynes richiede però che, in periodi di congiuntura, lo Stato accumuli sostanziose riserve da utilizzare al primo apparire del rischio di una depressione. Purtroppo, i nostri politici hanno abbandonato questo principio. Più prospera l’economia, più si promette, più si spende e più si fanno debiti. 

 

Visto che le riserve non ci sono, i paesi indebitati possono solo risparmiare sulla pelle dei normali cittadini che devono adeguarsi agli aumenti dei prezzi, e veder salire il numero dei disoccupati e dei poveri. Una generale recessione è quasi sicura. Per salvare che cosa, l’Euro? l’Europa? Oppure solo per salvare la propria faccia di “esperto”?

 

Buon 2012!

 

 

 

 

 
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