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Architettura bio- eco- sostenibile

di Uwe Wienke

Architettura sostenibile, bioarchitettura, architettura ecologica, architettura climatica, architettura solare sono parole spesso utilizzate come sinonimi. Ciò che questi termini hanno in comune è che per nessuno di essi esiste una definizione generalmente condivisa. Ognuno è libero di interpretarli come vuole e dar loro il senso che sembra opportuno.

Un’altra cosa che si può dire a tal proposito è che non si tratta di architettura nel senso convenzionale, cioè di espressioni artistiche o ingegneristiche. Si tratta invece di un modo di progettare edifici sotto certi aspetti e secondo certi principi.

I tre aspetti focalizzati in questo tipo di edilizia sono: la salute, l’ambiente e l’energia. Ognuno è però libero di dare a questi tre aspetti quelle priorità che meglio desidera. Per alcuni progettisti e committenti conta più la salubrità dell’edificio, per altri il consumo energetico e per altri ancora l’impatto ambientale.

Vorrei adesso brevemente esaminare questi tre aspetti più dettagliatamente a incominciare dalla Salute.

Salute
Alcuni vedono la salute negli ambienti confinati minacciata dal cosiddetto “inquinamento indoor” o “indoor pollution”, cioè l’inquinamento da parte di sostanze nocive e velenose che si trovano nell’edificio, principalmente diffusi dall’aria, e che quindi possono essere assunte tramite la respirazione.
 
Questi inquinanti possono essere: gas, fumi, fibre, microrganismi, muffe, polveri, sostanze chimiche, biologiche, radioattive e persino radiazioni elettromagnetiche. Per quanto riguarda gli effetti di questo tipo d’inquinamento, si parla spesso di Building Related Illnesses (BRI), di malattie collegate all’edificio, e di Sick Building Syndrome (SBS), ossia la Sindrome dell’edificio malato.
 
Ovviamente l’inquinamento indoor non è così diffuso, come certe persone ritengono che invece sia, altrimenti la medicina ufficiale avrebbe già scoperto e messo in campo una specialità che se ne occupi. Chi invece se ne occupa attualmente sono i medici e gli igienisti del lavoro. E questo è anche comprensibile perché le concentrazioni di sostanze nocive e velenose si riscontrano molto più spesso nei luoghi di lavoro piuttosto che nelle abitazioni. Questo vale per esempio anche per le molto discusse fibre di amianto. Per quanto riguarda la sindrome dell’edificio malato, nel frattempo si è potuto stabilire che la maggior parte dei malesseri accusati sul posto di lavoro (uffici) non sono attribuibili all’edificio o a determinate sostanze presenti nell’edificio, bensì alle condizioni di lavoro (noiosità, stress, cattiva illuminazione, ecc.).
 
Tutto ciò non deve far dimenticare l’esistenza di effettive minacce per la salute negli edifici, come, per esempio, il radon, un gas radioattivo che proviene dal sottosuolo e può diffondersi negli ambienti interni. Conosciamo, però, le regioni in cui il radon è molto diffuso, per esempio nel Lazio e in Lombardia, si possono dunque intraprendere adeguate misure atte a prevenire ed impedire la penetrazione del radon negli edifici.
 
Per quel che ne so, il problema dell’inquinamento indoor fu sollevato negli anni cinquanta in Germania.
In Germania si usa molto più legno nella costruzione che in Italia, perché è un materiale abbondantemente disponibile, a buon mercato, facile da lavorare e il suo uso ha alle spalle una lunga tradizione. Il legno è però infiammabile, può essere attaccato da parassiti e, usato all’esterno ed esposto alle intemperie, si deteriora.  Pertanto occorre proteggerlo dai parassiti, trattarlo con sali per ridurne l’infiammabilità e dipingerlo per renderlo più resistente alla pioggia. Negli anni cinquanta, i prodotti usati erano molto velenosi e con i trattamenti si sono introdotte nelle case anche molte sostanze velenose, così come il pentaclorofenolo e il lindano. Alcuni non accusavano solo disagi, ma riportavano anche segni di acuto avvelenamento. Vi furono persino clamorosi processi legali contro i produttori. Quindi, in seguito, questi prodotti furono gradualmente con altri meno velenosi, e tuttavia,  per essere efficaci contro i parassiti, in ogni caso, questi prodotti devono pur contenere dei veleni. Sono così stati sviluppati e messi sul mercato anche prodotti privi di veleni, gli stessi che oggi si trovano nei negozi per la bioedilizia. Questi prodotti hanno normalmente un buon profumo e colorano anche il legno, ma, purtroppo, non hanno nessun effetto protettivo.
 
Alla costruzione con il legno, e soprattutto a quella di case prefabbricate, si lega anche il massiccio uso di pannelli truciolari ottenuti con trucioli di legno e legati con resine sintetiche. A temperatura ambiente, queste resine emanano discrete quantità di formaldeide, una sostanza velenosa, soprattutto quando i pannelli sono nuovi. Le emissioni sono maggiori quando la temperatura supera i 20°C. La formaldeide è una minaccia soprattutto in inverno, quando il riscaldamento è in funzione e la ventilazione è minima perché le finestre si aprono raramente. Oggi, i pannelli truciolari destinati all’uso all’interno, devono essere privi di formaldeide e pertanto i nuovi pannelli non rappresentano più una fonte d’inquinamento.
 
Normalmente, come tutti gli inquinanti contenuti nell’aria di un edificio, questi possono essere eliminati tramite una sufficiente e periodica ventilazione, mentre si accumulano quando l’aerazione è scarsa. La cosa più importante per il benessere fisico e psichico è l’aria pulita.
 
Gli inquinamenti causati da prodotti per il trattamento di legno hanno portato alla nascita della “Baubiologie”, alla quale fa capo anche la bioarchitettura italiana. ”Baubiologie” vuol dire “biologia dell’edificio”, con la quale s’intende un’attività che si occupa della salute degli abitanti, ossia della salubrità degli edifici.
 
Da quando non si verificano più casi di avvelenamento acuto a causa di prodotti protettivi per il legno, e l’emanazione di formaldeide non è più un pericolo così risentito, l’interesse della “Baubiologie” si è spostato verso altre minacce per la salute, presunti o reali che siano, in particolare verso quelli, dei cui effetti sulla salute non si conoscono o si conoscono solo poco, come, per esempio, i campi elettromagnetici.
 
Vari concetti della “Baubiologie” si basano su nozioni non scientifiche e scientificamente molto discutibili. Pertanto si possono distinguere differenti rami della “Baubiologie”, per esempio: il ramo d’indirizzo scientifico (che si attiene alle nozioni schientifiche), un altro è orientato piuttosto verso le pseudo-scienze (medicine alternative, feng shui, geopatologie, antroposofia) e un terzo che può essere chiamato “ecologico”, perché considera anche gli impatti ambientali del costruire.
 
La “Baubiologia” d’indirizzo scientifico cerca di creare condizioni (fisiologiche) ottimali negli ambienti abitativi e lavorativi applicando metodi scientifici e basandosi su conoscenze scientifiche, per esempio sulle nozione della fisiologia che riguardano la temperatura, l’umidità, l’illuminamento, ecc.
 
Altri “Baubiologen” sostengono che le scienze naturali non siano esaurienti e quindi vogliono affrontare i problemi della costruzione “ganzheitlich”, ossia in maniera integrale, o, per meglio dire, in maniera olistica. L’olismo tende ad occuparsi anche di forze occulte, scientificamente non rilevabili. Così entrano in ballo delle ideologie (omeopatia, antroposofia, geomanzia, ecc.) e superstizioni come il feng shui.
 
Altri “Baubiologen” puntano ancora sul cosiddetto “naturale” e rifiutano tutte le cose ritenute artificiali. Essi chiamano “naturale” la materia poco trasformata, per esempio la terra argillosa e il legno. Materie molto trasformate e particolarmente contestate da questi “Baubiologen” sono invece tutte le materie plastiche.
 
Vorrei dire qualcosa a proposito dell’antroposofia, ossia dello Steinerianismo, perché molti grandi architetti, tra cui Hans Scharoun, Richard Neutra, Frank Lloyd Wright e anche Frank O. Gehry hanno simpatizzato con le idee di Rudolf Steiner. L’antroposofia pretende di essere la scienza della mente e postula l'esistenza di un mondo spirituale obiettivo e intellettualmente comprensibile, accessibile all’esperienza diretta per mezzo di una crescita e di uno sviluppo interiori. Si propone di investigare e di descrivere i fenomeni spirituali per mezzo della osservazione animica, cioè mediante espansione del metodo scientifico a oggetti non immediatamente sensibili, cioè a oggetti che non sono scientificamente investigabili. Prodotti del pensiero antroposofico sono l’agricoltura biodinamica, la medicina antroposofica, e anche opere architettoniche quali il Goetheanum a Dornach presso Basilea, progettato da Rudolf Steiner stesso, e dagli storici d’arte attribuito all’espressionismo architettonico e all’architettura organica.
 
Ambiente
Il secondo aspetto a cui ho accennato è l’ambiente, ossia la tutela dell’ambiente.
L’edilizia ha forti impatti sull'ambiente. L’impatto più visibile è quello sul paesaggio, denunciato spesso come “cementificazione”. Questo processo di massiccia urbanizzazione è spesso accompagnato da una scarsa qualità degli ambienti urbani caratterizzati da monotonia dei nuovi palazzi e dallo squallore di molte aree ad uso collettivo. Altri impatti ambientali derivano dal traffico motorizzato, che esige sempre più spazio ed emette gas serra di CO2 e smog nelle aree urbane. Anche lo smaltimento dei rifiuti edili non inerti e non riutilizzabili crea problemi ambientali.
 
Da ricordare sono anche gli sprechi idrici (il consumo idrico pro capite in Italia è il più alto di tutta l'Europa[1]), che avvengono a causa dello stato degradato di molti acquedotti e la mancanza di misure di risparmio idrico negli edifici. In certe aree, un particolare problema è rappresentato dall'eccessiva impermeabilizzazione delle superfici che impedisce la penetrazione dell'acqua piovana nel sottosuolo e questo contribuisce, insieme all’immenso consumo d’acqua, ad un ulteriore impoverimento delle falde idriche.
 
Della tutela dell’ambiente e di ecologia si è cominciato a parlare ampiamente negli anni sessanta. Alcuni “baubiologen” si sono subito accorti che gli stessi materiali naturali che essi pubblicizzavano perché considerati più salubri, erano anche quelli che si rivelavano favorevoli dal punto di vista della tutela ambientale, ossia, come diciamo oggi, “ecologici”. Le materie prime quali il legno e le sue fibre, le fibre di cotone, di cocco, la lana di pecora (nonostante che molti ne siano allergici), ecc. erano rigenerabili e biodegradabili, la loro trasformazione in materiali edili richiedeva poca energia e per la loro applicazione non occorreva manodopera specializzata.
 
Si cominciò così a parlare della costruzione con terra cruda argillosa e con balle di paglia considerati materiali da costruzione sani ed ecologici, tecniche sicuramente non applicabili su vasta scala, quindi il loro effetto positivo sull’ambiente è praticamente nullo. Ciò che non viene quasi mai considerato è il fatto che la quantità di fibre naturali disponibile nel mondo non sarà mai sufficiente a dotare tutti gli edifici di un buon isolamento termico. Bisogna anche considerare che l’impiego del legno e della terra cruda ha i suoi limiti pratici e tecnici. Bisogna anche considerare che sotto questo aspetto della tutela ambientale, le misere baraccopoli, le favelas, possono essere considerate gli insediamenti più ecologici, perché costruite interamente con materiali riciclati. Bisogna inoltre pensare che le case in legno e in terra cruda costruite dai bioarchitetti sono così poche rispetto al totale del costruito, che il loro effetto sull’ambiente è davvero infinitamente piccolo.
 
Energia
Il terzo aspetto è l’energia, ossia il risparmio energetico. Il costruito, cioè l’insieme degli edifici, consuma attualmente circa il 40% delle risorse materiali e la climatizzazione e l'illuminazione degli edifici è responsabile per almeno la metà di tutti i consumi energetici[2]. Altra energia consumata serve per la produzione di materiali edili e per i relativi trasporti. La maggior parte di questa energia deriva da fonti non rigenerabili come il petrolio e il gas naturale. La combustione di queste fonti comporta, come ogni combustione, un arricchimento dell'atmosfera con anidride carbonica (CO2) che causa l'effetto serra. Il petrolio e il gas naturale diventano anche sempre più cari e già per questo motivo occorrono misure di risparmio energetico e il miglioramento dell’efficienza energetica. Costruire edifici che esigono poco energia non rigenerabile è quindi un obiettivo molto valido, anche in riguardo alla tutela dell’ambiente.
 
In questo campo i bioarchitetti si trovano in un dilemma. Sicuramente anch’essi vogliono risparmiare energia non rigenerabile, ma fanno opposizione a un isolamento termico molto efficiente, da loro chiamato “eccessivo”, perché vogliono che l’edificio “respiri”, ciò che invece, secondo loro, l’isolamento impedisce. Evidentemente in questo caso le credenze sono in contraddizione con i semplici fatti della fisica.
 
Conclusione
 
Il ritorno alla natura, a una vita semplice e armoniosa con la natura è una visione utopica, un sogno. In un mondo popolato da 10 miliardi di esseri umani il 70 per cento dei quali vive in aree metropolitane e urbane, questo concetto può generare solo alcune oasi per privilegiati. Oggi è molto più realistico ridurre, in tutti i settori, gli impatti ambientali. La validità di questa strategia dimostra l’abbandono dell’uso dei clorofluorocarburi, responsabili per il buco nello strato dell’ozono. Da quando questi clorofluorocarburi non sono più emessi all’atmosfera, il buco sta lentamente richiudendosi. I primi risultati di questa strategia non sembrano essere spettacolari, ma dimostrano la percorribilità di questa strada. In considerazione degli immensi flussi materiali ed energetici da essa messi in moto, l'edilizia offre ancora un vastissimo campo di intervento diretto a una reale diminuzione degli impatti ambientali.

[1] L'ambiente nell'Unione Europea alle soglie del 2000. Agenzia europea dell'ambiente. Lussemburgo, 1999

[2] Lensen Nicholas & Roodman David N., Costruire edifici migliori; in: Brown, Lester R. et al. "State of the World 1995 -- Rapporto sul nostro pianeta del World Watch Institute", Torino, 1995, p. 157 segg.

 
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